Ago 6, 2007
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Nella vita nessuno mi ha regalato niente

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Nella seconda casa di Biagio Antonacci si sentono due rumori soltanto, i più dolci del mondo. Il mare che s’infrange sugli scogli a pochi metri dalla terrazza e il calpestio di piedini nudi sul pavimento di cotto. Il mare è quello dell’Isola d’Elba, dove Biagio ha stabilito il suo buen retiro in una villa che è impossibile non invidiargli. I piedini sono quelli dei bambini che popolano la casa: Paolo e Giovanni, rispettivamente 11 e 6 anni, nati dalla relazione con Marianna Morandi, e Benedetta, 9 anni, la figlia di Paola, compagna di Biagio da due anni e mezzo. «Non è una villa da star, non aspettatevi granché: è molto spartana. Niente piscine o sale biliardo» spiega Biagio aprendo le porte della sua casa a «Sorrisi» (è la prima volta in assoluto). In fondo, nella modestia con la quale ci accoglie, c’è tutta la sua storia. Quella di un cantautore con i piedi irrimediabilmente piantati per terra, incapace di cogliere la dimensione della propria popolarità. «L’ho arredata in modo semplice, a mia immagine» insiste mostrando le stanze, tutte sui toni del bianco, tutte con vista mozzafiato sul mare aperto. Quando Antonacci inizia a raccontare la sua vita, tutto acquista però un nuovo senso. «Mi piace stare qui a guardare il mare, ma non è che m’ispiri chissà che» racconta da buon geometra dell’hinterland milanese, quale è stato in passato. «Quando ho scritto “Certe volte guardo il mare” ero a casa mia, davanti a me c’era solo il muro». Ed è proprio dai muri della casa dove Biagio ha abitato con i suoi genitori che parte la sua storia. «Quando ero un ragazzino una sola cosa mi mancava: lo spazio. Vivevo in 55 metri quadrati nelle case popolari di Rozzano con mamma e papà». E con un fratello, Graziano. «Lui arrivò dopo, quando io avevo già dieci anni, e fu perfino peggio. Io avevo bisogno dei miei spazi, dei miei luoghi segreti e mi trovai tra i piedi un marmocchio che ficcava il naso ovunque». Ma la prima casa che ha comprato con i soldi guadagnati con la musica l’ha regalata ai suoi genitori. «Sentivo il bisogno di liberare anche loro dalla schiavitù dei 55 metri quadrati». E dire che loro non volevano che facesse questo mestiere. «Sono stati a lungo convinti che la musica mi avrebbe rovinato. Forse mio padre non ha cambiato idea del tutto». Però loro c’erano, lo scorso 30 giugno, al suo grande concerto a San Siro. Che cosa le hanno detto dopo la serata? «Mia madre continuava a dire che era tutto bellissimo. Ma lei lo dice sempre, è fatta così. È un’entusiasta». E suo padre? «Lui, per la prima volta, mi ha detto che ero stato bravo». Per la prima volta? «È stata una bella soddisfazione. Non è uno di molte parole, non lo è mai stato». Sugli spalti dello stadio non c’erano molti suoi colleghi, però. «Uno solo, Eros Ramazzotti. Abbiamo idee musicali diverse, ma la nostra storia è simile. Veniamo dai bordi di periferia». Lei ci ha messo molto più tempo per arrivare al successo. «Vero. Ricordo che l’ufficio del suo avvocato era nello stesso palazzo dove io lavoravo come geometra. Lui era già famoso, lo vedevo arrivare con delle auto enormi e pensavo: “Chissà se un giorno anch’io…”». Qualche anno fa negli spogliatoi della nazionale cantanti c’è mancato poco che ve le deste di santa ragione. «Era solo un battibecco da dopo partita, di quelli che avvengono quando non ci si passa la palla in campo. E poi ci avrò pure litigato, ma resta uno dei pochi veri amici che ho nell’ambiente. Non è un caso». Gli altri suoi colleghi sono spesso stati snob con lei. «Già. Nessuno mi ha regalato niente». Si è chiesto il perché? «Scrivo canzoni apparentemente semplici. E vendo più dischi di molti di loro». È un fatto. «Credo che molti dei miei colleghi mi abbiano ritenuto un fenomeno passeggero. Invece è stato bello vedere il mio pubblico crescere costantemente negli anni». Non serba rancore per qualcuno? «Non sono il tipo. Ma quando Zucchero ha dichiarato che in Italia ci sono solo lui, Eros e Vasco e che tutti quelli che sono venuti dopo sono solo dei surrogati, ho provato fastidio. Non sono il surrogato di nessuno e neppure gente come Laura Pausini lo è. Fa nulla, ho avuto le mie rivincite. So io quanti colleghi sono venuti a chiedermi di scrivere una canzone per loro». Niente nomi. «Niente nomi». L’impressione, comunque, è che tanti suoi colleghi si chiedano come lei faccia ad avere tutto questo successo. «Forse non si rassegnano all’idea che con delle canzoni semplici, che parlano delle piccole grandi cose di tutti i giorni, si possa arrivare a milioni di persone». Alcuni di loro sono stati maligni, quando hanno saputo che avrebbe tentato di riempire San Siro… «Magari erano invidiosi, avrebbero voluto essere al mio posto. E poi non sopportano che io sia più bello di loro» (ride). È un fatto anche questo. «È stato per parecchio tempo un problema, più che altro. I giornali scrivevano che avevo successo solo perché ero un belloccio, e il mio pubblico era prevalentemente femminile. Ci ho messo del tempo a convincere gli uomini, però ce l’ho fatta». Le sue ultime interviste, nelle quali ha parlato per lo più di sesso, seduzione e sentimenti, di certo non hanno aiutato. «Nessuno vuole più parlare di musica. Se si parla di quelle cose lì si ottiene molto più spazio. È triste, ma è così». C’è qualcosa di nuovo che si può ancora dire, parlando di musica? «Non so. Ma di canzoni si può parlare». Le sue canzoni parlano di sesso, seduzione e sentimenti. È un circolo vizioso. «Molti dei miei detrattori credono che le mie siano semplici canzoni d’amore, ma si sbagliano. Io parlo di guai. Non sono mai felice, mai tranquillo. Non potrei ripetere cento volte “ti amo” in un testo. Parto dal presupposto che, se amo, prima o poi finirò per soffrire. Ma è sempre meglio amare molto e molto soffrire piuttosto che no». Con Paola le cose vanno bene, no? «Stiamo bene. È la mia compagna da quasi tre anni e con lei mi sento al sicuro. Ma non abitiamo nella stessa casa, a Bologna vivo da solo». È una scelta singolare, ammetterà. «Lo ripeto, io l’amore sereno non so che cosa sia. Sono alla ricerca di un equilibrio, e oggi l’ho trovato così. La vita mi ha reso una persona molto prudente. Anche in amore sono diventato realista. Non brucio le tappe, mi godo quello che ho. Se accelero inizio a farmi troppe domande e da bravo Scorpione divento ombroso e inquieto. Ormai l’ho sperimentato troppe volte». Lei è anche e prima di tutto un papà. «Già. I miei non sono stati genitori affettuosi. Erano presenti, ma non calorosi. Io cerco di essere diverso, con i miei figli. Dedico a loro tutto il tempo che posso. E presto attenzione a tutto quello che fanno». Li aiuta a fare i compiti? «Certo. E vado spesso a parlare con le loro insegnanti». Chissà che cosa pensano, quando vedono arrivare Biagio Antonacci. «Ho scoperto che alcune di loro sono mie fan. Ma in quella sede fanno di tutto per non darlo a vedere». Rifarebbe un bambino a poco più di trent’anni? «Quando hai dei figli non puoi più immaginare la tua vita senza di loro. E dunque certo che li rifarei. Ma non mi sento più di giudicare chi non vuole bambini. Sono un impegno definitivo: se li hai, li hai per sempre e la tua felicità dipenderà dalla loro. Se non te la senti di mettere la tua vita in mano agli altri, lascia perdere». Quanto rimarrà qui all’Elba? «Fino a settembre. Sto usando questo tempo per scrivere poesie e appunti che spero finiscano in un libro». Poi il giorno del suo compleanno, il 9 novembre, partirà il suo nuovo tour. Da San Siro al palasport di Treviglio, Bergamo. Però. «Preferisco tenere i piedi per terra, così ricordo da dove vengo». Fino a poco tempo fa non si diceva sicuro che questo potesse davvero essere il suo mestiere. «Ancora le mie ansie da Scorpione. Ma con quel che si dice della discografia i miei dubbi erano legittimi». Erano. «Erano. Poi sono arrivate le due parti di “Convivendo”, che hanno venduto un milione di copie, e i palazzetti tutti esauriti. Quando quest’anno è uscito “Vicky Love” ed è subito diventato numero uno in classifica, restando in vetta per un mese, ho pensato che non poteva essere un caso». A febbraio salirà sul palco dell’Ariston. «E perché mai? Chi gliel’ha detto?». Baudo ha suonato il pianoforte al concerto di San Siro. Conoscendolo, le avrà proposto un accordo tra gentiluomini. «Pippo è stato un grande. E infatti il pubblico lo ha acclamato». In un concerto da stadio. Incredibile. «E perché? Il pubblico l’ha inventato lui». Andrà a Sanremo, dunque. «Può darsi. Come ospite, però». E poi? «Poi lavorerò al mio “Best”. Vorrei ricantare i miei pezzi storici con grandi ospiti». A chi sta pensando? «A nessuno, ancora. Ma se parliamo di sogni, che tanto non costano nulla, dico Sting, George Michael, Prince». Tornatore la voleva per un film. «Poi ho dovuto declinare per via del disco. Siamo rimasti d’accordo di riprovarci quando ci sarà un film giusto per me. Diciamo che mi sono promesso a lui, ma se capitasse l’occasione potrei fare il salto prima». Niente televisione? «Vado in tv solo se ho una canzone da cantare. Altrimenti non metto in mostra la mia faccia tanto per farlo». Girava voce che le avessero proposto un programma tutto suo. «Mi è arrivata più di una proposta per condurre un talk show. Nulla che mi convincesse fino in fondo». Per quale progetto accetterebbe di lavorare in tv? «Per un programma garbato, libero, fatto per la gente, con la gente. Niente inganni, niente finzione, niente urla, nessuna preoccupazione estetica». «Portobello», insomma. «Per esempio. Ma anche qualcosa alla Nanni Loy». Lei adesso è felice, Biagio? «In questo momento magari sì. Ma è davvero questione di momenti, il problema è come mi sentirò tra un quarto d’ora».

Fonte: www.sorrisi.com

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